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La scena immaginaria ma non attendibile, si svolge intorno al 1500 nella contrada Chèrle del comune di Berg maladi costituito nel 1496. “Berg” nel linguaggio teutonico degli abitanti, tutti “Cimbri” immigrati dalla Baviera, significa “monte” da cui deriverà il nome definitivo di “Monte di Malo”. Nella cucina di una misera casupola tutta “sgrepanà” e coperta di paglia, due ragazzotti dalla bionda chioma e dagli occhi cerulei si rifocillano dopo le durissime fatiche dei lavori campestri e si scambiano furtive occhiate d’intesa: finito di tracannare la zuppa di fagioli, andranno a godersi uno spettacolo eccezionale. Detto fatto: “governano” in fretta le bestie e via… su per il torrente che esce dalla grande caverna della “roan” cioè della grande parete rocciosa oggi “Buso della Rana”. Giunti in prossimità di un limpido “boijólo”, si acquattano dietro una siepe e preparano una lunga “bachéta” diritta e resistente. Il sole è tramontato da un pezzo e i due giovani attendono frementi il momento tanto sognato: l’uscita delle anguane.. Finalmente, tra il leggero stormire delle foglie mosse dalla brezza, avvertono una dolcissima voce femminile che canta melodiosamente. Poi un’altra, un’altra ancora, quindi un coro. Il loro modo di cantare era tale da mandare un tilt le fibre celebro-nervose anche dei giovanotti più duri e incalliti.
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Eccole, avvolte da una luce diafana, fredda, trasparente. Scendono al “boijólo”, ridono, cantano, si lanciano spruzzi d’acqua, lavano la biancheria, la battono sui grossi prismi di nero basalto e danzano leggiadre e gioiose. I nostri spettatori non toccano neppure il suolo per l’emozione e fremono di stupore, ammirazione e desiderio. I loro cuori tambureggiano maledettamente facendo da batteria a quel coro misterioso.
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Come restare indifferenti alla vista di quelle membra armoniose, delle bionde trecce, degli occhi glauchi, insomma… di quelle stupende ninfe delle sorgenti o “deae acquane” da cui deriva il nome di “anguàne”?
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I nostri ardimentosi “cimbri” vorrebbero toccarle, baciarle, stringerle al cuore e intrecciare con loro una eterna danza d’amore ma vengono trattenuti da qualcosa di repellente: le estremità inferiori di quelle splendide Miss non sono piedi ma zoccoli caprini scuri e pelosi. C’è qualcosa di poco chiaro, meglio, di losco.
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Ormai sazi di contemplarle dalla caviglia in su e di ascoltare i lori canti già reperibili in commercio in compact disk, i giovani tentano un esperimento: fissano alla lunga “bachéta” una medaglia benedetta e, manovrando cautamente dal loro rifugio, toccano una delle misteriose fanciulle.
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Colpo di scena o, meglio, corto circuito! Al tocco dell’oggetto sacro, scocca un lampo accecante e le dolci anguàne scompaiono in un gigantesco nugolo di fumo rossastro che diffonde nell’aria un fetido odore di uova marce e di zolfo.
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Lo spettacolo è finito ed i due “dissacratori” si avviano verso casa commentando la loro sconvolgente esperienza.
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Fino agli anni ’60 era ancora molto radicata la convinzione sull’esistenza delle anguàne che nel Ramo Destro dell’Ingresso del Buso della Rana avrebbero avuto una loro saletta adibita a cucina e corredata di tavolo e secchi per attingere l’acqua. In realtà
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la tavola era una sporgenza della roccia calcarea e i secchi, alcune tozze stalagmiti cave contenenti dell’acqua.
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La credenza delle anguàne potrebbe affondare le proprie radici nelle ninfe delle sorgenti e dei corsi d’acqua caratteristiche di varie mitologie, in particolare quella greco-romana.
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Altra convinzione molto radicata riguardava la “estinzione” delle anguane e di tutti i loro parenti: infatti orchi, streghe, fate, salbanèi, ecc. sarebbero stati definitivamente relegati nei tenebrosi antri infernali dal Concilio di Trento - (1545 – 1563).
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Va ricordato che nel versante orientale del M. Sisilla presso S.Tomio di Malo si apre il “Buso delle Anguane”, una piccola cavità carsica nelle cui adiacenze sono state raccolte centinaia di manufatti litici risalenti al tardo neolitico (circa 5000 anni fa)
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Comune di Monte di Malo
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